Cari fratelli e sorelle, sono passati mille anni da quando i monaci benedettini, guidati da S. Guido, hanno consacrato al Signore questa chiesa, casa del popolo di Dio, costruita accanto al monastero. Lodiamo il Signore per questi mille anni di preghiera e lavoro, tra terra e acqua, facendo nostre le parole di Gesù nella pagina evangelica di Matteo, una preghiera di lode del Figlio al Padre: “Ti rendo lode o Padre, Signore del cielo e della terra”. Al tempo stesso, la preghiera di Gesù, che è un invito alla contemplazione, come primo momento fondamentale della vita di fede, si conclude con una chiamata a tutti, anche a noi, a seguire il Signore per trovare ristoro, soprattutto “i piccoli”, chi è povero, in difficoltà, soffre. Pomposa nei mille anni della sua vita di fede fino ad oggi per tutti è stato un luogo di preghiera, di contemplazione e di azione, per seguire il Signore. Il motto benedettino ora et labora, dall’insula pomposiana, ha trasformato le valli e le paludi - dove il poeta Dante si ammalò di malaria - in prati rigogliosi, in vigneti, ma anche ha conservato molte opere classiche e religiose, grazie al lavoro di tanti monaci, guidati dalla preghiera e dal canto, che trova in questo monastero la nascita delle note, inventate dal monaco Guido, che trasformeranno il canto gregoriano e la musica. La preghiera, la contemplazione in questo monastero si arricchiscono così della musica che accompagna il canto delle ore. E la preghiera accompagna anche il lavoro, che non è solo fatica fisica, ma anche impegno intellettuale e sociale. San Guido (970-1046), abate di Pomposa, volle questo monastero come un’isola non separata dal mondo, ma che assumesse il mondo, entrasse in ‘simpatia con il mondo’ – per usare un’espressione cara a S. Paolo VI - a partire dai territori vicini, con lo sguardo della contemplazione e dell’azione culturale, sociale ed economica. Pomposa è anche un luogo di pace, dono di Dio – come ci ha ricordato la pagina del profeta Zaccaria – segno della salvezza messianica. Per questo la pace diventa impegno per il cristiano nel mondo presente, oltre che sguardo alla vita eterna. La duplice prospettiva storica ed escatologica della pace ci ricorda la necessità di camminare nella pace, di essere costruttori e artigiani di pace oggi, opponendoci ad ogni forma di violenza e di guerra, mai giusta – come ci ha ripetuto più volte Papa Leone -, scegliendo i segni concreti delle beatitudini – l’umiltà, la mitezza, la pace, il dialogo -, ma anche per prepararci all’incontro con Dio nella sua casa, che è casa di pace. La pace è un ‘segno dei tempi’. Anche Paolo sottolinea la dimensione storica della pace, che è un tratto dell’azione dello Spirito dentro di noi in controtendenza rispetto alle “opere del corpo”, perché vince la prepotenza, l’individualismo, la ricerca del profitto fine a se stesso, l’egoismo. Al tempo stesso, Paolo sottolinea la dimensione escatologica della pace, come segno della vita eterna. La pace in noi nasce dalla disponibilità di farsi ‘abitare dallo Spirito”. Pomposa è stato e continua ad essere un luogo dove sono state sperimentate esperienze di preghiera, di solidarietà – come l’emporio solidale – di prossimità. L’altro è al centro della preghiera e dell’incontro per costruire cammini di pace e di solidarietà. Si rinnovano così le parole della regola di S. Benedetto che invitano - usando le parole del salmo 33 - a cercare e perseguire la pace e a considerare il forestiero un ospite da curare e accompagnare come “Cristo in persona” (cfr. Regola, cap.53). Cari fratelli e sorelle, i mille anni di fede, cultura e vita sociale dell’abbazia di Pomposa riportino la passione di S. Guido nel nostro Delta e la spiritualità di S. Pier Damiani che celebrava, nell’inno a Maria Assunta, patrona di questa chiesa abbaziale, “l’acqua dei fiumi e le tempeste del mare, che il tramonto celebra, il levar del sole saluta”. E, in conclusione, facciamo nostre le parole di Papa Leone che chiudono l’enciclica Magnifica humanitas: nella costruzione del progetto della civiltà dell’amore – ci ricorda il Papa -, “siamo chiamati ad assumere un ruolo attivo, senza rifugiarci nello spiritualismo o nei nostri piccoli mondi: dobbiamo essere fedeli alla verità, investire nell’educazione, curare le relazioni, amare la giustizia e la pace” (M.H.236). Da mille anni questo progetto della civiltà dell’amore, guidato dalle immagini trecentesche dell’ historia salutis che avvolgono la navata centrale di questa chiesa, è stato percorso in questo angolo di terra ferrarese che, ancora oggi - grazie all’impegno apostolico di fratelli e sorelle ‘Ricostruttori nella preghiera’ - si nutre di contemplazione e di azione.